Data  02/08/2026 23:48:55 | Sezione Varie Varie

LA SCIENZA DELL’ERRORE, OVVEROSIA: L’ERRORE FU PROGETTATO, NON COMMESSO.






Nel febbraio del 2010, mentre al CNEL si celebrava con entusiasmo il “modello Agenzie” e si proponeva di esportarlo ovunque – una Agenzia per la giustizia, una per la sanità, una per il lavoro, una per l’istruzione – DIRPUBBLICA decise di rompere l’incantesimo. Non con una protesta rituale, ma con un atto politico e culturale dirompente: un trattato pubblicato a pagamento sul Corriere della Sera, distribuito in cento copie ai partecipanti del convegno, consegnato nelle mani di chi, da anni, aveva contribuito a smontare la Pubblica Amministrazione pezzo dopo pezzo. Quel testo, intitolato “LA SCIENZA DELL’ERRORE”, denunciava con precisione chirurgica ciò che nessuno voleva ammettere: la privatizzazione del pubblico impiego non era stata un errore di valutazione, ma una scelta scientemente distruttiva, compiuta contro la Costituzione e contro i lavoratori pubblici più onesti e più capaci.

In quelle pagine si leggeva che «la grande riforma della privatizzazione del pubblico impiego è fallita; le prime vittime di tutta questa situazione sono coloro che lavorano nella P.A.» e che la reazione del sistema politico-mediatico era stata una campagna di dileggio, fatta di “fannulloni”, faccine, barzellette, persino vignette pubblicate sul sito della Presidenza del Consiglio. Era il tempo in cui si umiliavano i funzionari per coprire le responsabilità di chi aveva trasformato l’apparato pubblico in un terreno di caccia per clientele, nomine senza concorso, dirigenze “scelte dal capo”, e una lunga scia di illegalità che nessuno ha mai voluto davvero affrontare.

Gli anni successivi hanno confermato integralmente quella denuncia. Il nuovo Ispettorato Nazionale del Lavoro, nato come Agenzia secondo la stessa logica che DIRPUBBLICA contestava, ha mostrato sin da subito la propria incapacità strutturale: un ente diviso, privo di omogeneità contrattuale, paralizzato da incarichi dirigenziali illegittimi, e oggi completamente arreso di fronte ai fenomeni più drammatici del lavoro. Le schiavitù dei lavoratori immigrati, i roghi nelle fabbriche cinesi, le morti bianche che hanno insanguinato il Paese, non sono solo tragedie: sono la prova che l’INL non è mai stato messo nelle condizioni di funzionare. Le audizioni parlamentari del direttore Paolo Pennesi, nelle quali l’Istituto ha sostanzialmente ammesso la propria impotenza, costituiscono un documento storico che conferma la profezia contenuta in “LA SCIENZA DELL’ERRORE”.

Il video che accompagna questo documento – ancora oggi disponibile – è una testimonianza preziosa. Non solo per ciò che mostra, ma per ciò che rivela: l’imbarazzo, la rigidità, la nervosità con cui alcuni relatori risposero alle osservazioni. Non c’era apertura, non c’era dialogo, non c’era volontà di ascoltare. C’era solo la difesa di un modello che già allora mostrava crepe profonde: l’Agenzia delle Entrate che incassava il 10% dell’accertato, la dirigenza costruita senza concorsi, gli interpelli ignorati, le perquisizioni ai funzionari durante il caso “spionaggio fiscale”, la precarizzazione di centinaia di dirigenti licenziati dopo quarant’anni di servizio. Tutto questo è nel video, e chi lo guarda oggi non può non provare indignazione.

Lo stesso schema si è ripetuto con AIFA, trasformata negli anni in un fortino impermeabile, lontano dal principio costituzionale del “servizio esclusivo della Nazione”. Le contraddizioni esplose durante il Covid, le incertezze sui vaccini, le oscillazioni comunicative e regolatorie, non sono state semplici difficoltà: sono state la manifestazione di un modello che, invece di garantire trasparenza e autorevolezza, ha prodotto chiusura, autoreferenzialità e distanza dai cittadini. Anche qui, la diagnosi del 2010 si è rivelata esatta.

Ripubblicare “LA SCIENZA DELL’ERRORE” significa riportare alla luce una stagione in cui DIRPUBBLICA fu l’unica voce a denunciare ciò che altri preferivano occultare. Significa ricordare che mentre Bassanini, Treu, D’Alessio e altri accademici discutevano di “agensificazione”, migliaia di colleghi subivano ingiustizie, retrocessioni, umiliazioni, carriere cancellate, e che la macchina pubblica veniva progressivamente svuotata dei suoi principi costituzionali di imparzialità e indipendenza. Significa riaffermare che la nostra stizza non è un sentimento passeggero, ma la reazione morale di chi ha visto troppi onesti essere schiacciati da un sistema che premia la fedeltà al capo e punisce la competenza.

Questa rievocazione non è nostalgia: è un monito. È la prova che DIRPUBBLICA non ha mai smesso di difendere i lavoratori pubblici, anche quando farlo significava esporsi, denunciare, essere isolati. È un documento che deve far arrabbiare chi lo legge, perché racconta una verità che molti hanno preferito ignorare. Ed è per questo che chiunque apra questa pagina deve sentire il bisogno di cliccare sul file e di guardare il video: per capire cosa è accaduto, per riconoscere ciò che continua ad accadere, e per comprendere perché la battaglia per la dignità del lavoro pubblico non è mai finita.

Allegati:

Download   20100216_manifesto_cnel.pdf

(La Scienza dell'Errore - 377,9Kb)



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