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Università
DA LECCE A STOCCARDA: IL DIVARIO TRA TRASPARENZA E OPACITÀ NEI RAPPORTI SINDACALI.
Lecce l'eterozigota di Stoccarda
Lecce accoglie un sindacalismo che chiede trasparenza e responsabilità; Stoccarda (vedi: https://www.dirpubblica.it/contents.aspx?id=5532) rivela un modello che restringe il pluralismo. Due approcci divergenti in un Paese che, secondo Transparency International, scivola agli ultimi posti della classifica della corruzione. Pubblichiamo gli atti.
Stoccarda e Lecce: due modi opposti di intendere legalità e benessere nella Pubblica Amministrazione
La vicenda dei sindacalisti di Stoccarda e l’intervento della delegazione DIRPUBBLICA all’Università del Salento, nell’ambito del Piano Integrato del Benessere “BENIUS”, raccontano due modi opposti di intendere la legalità nella Pubblica Amministrazione e nei rapporti sindacali.
A Stoccarda abbiamo visto un sindacalismo che tenta di restringere il pluralismo, di decidere chi è legittimo e chi no, di usare la rappresentanza come strumento di esclusione. A Lecce, invece, la delegazione di DIRPUBBLICA ha portato un messaggio chiaro: non esiste benessere organizzativo se prima non si affrontano le dinamiche del potere interno, se non si garantiscono legalità, trasparenza e tutela del dissenso.
Questa differenza non è solo locale. Si inserisce in un quadro nazionale e internazionale sempre più preoccupante.
Un’Italia sempre più fragile sulla corruzione
Le più recenti rilevazioni di Transparency International sull’indice di percezione della corruzione confermano che l’Italia resta stabilmente nelle retrovie tra i Paesi europei e scivola ancora in basso nella classifica mondiale. Il messaggio è semplice: la fiducia internazionale nel nostro sistema istituzionale non cresce, anzi si incrina.
Nei commenti di questi giorni, ripresi anche da SkyTG24, emergono le cause di questa situazione: l’indebolimento degli strumenti di contrasto alla corruzione, come l’abrogazione del reato di abuso d’ufficio, e la mancanza di trasparenza nelle amministrazioni pubbliche stanno pesando sulla credibilità del Paese. Quando si riducono i controlli e si rende più difficile accertare le responsabilità, il segnale che arriva all’esterno è chiaro: la lotta alla corruzione non è una priorità.
DIRPUBBLICA questo lo vede ogni giorno, non in astratto ma nella pratica quotidiana. Dalle amministrazioni centrali ai Consolati all’estero (non mancano le Agenzie fiscali, i Comuni, le Asl), le richieste di accesso documentale incontrano spesso resistenze, rinvii, ostacoli pretestuosi. Eppure la regola è semplice: senza trasparenza non c’è controllo, e senza controllo la corruzione trova terreno fertile. La battaglia per la legalità nella Pubblica Amministrazione passa innanzitutto dal diritto di sapere.
Lecce 2026: il benessere come cartina di tornasole della legalità
In questo contesto, l’intervento del dottor Giuseppe Marino al Tavolo BENIUS dell’Università del Salento assume un significato particolare. Nel documento letto in quella sede, Marino ha ricordato che il benessere organizzativo non è un insieme di iniziative “soft” o un capitolo decorativo del PIAO, ma un indicatore della salute istituzionale dell’ente. Ha affermato che non esiste benessere autentico se non si affrontano prima le dinamiche strutturali del potere interno e ha richiamato il rischio di scivolare in forme di autoritarismo, autocrazia e abuso di potere, che generano elusione delle norme, discriminazioni, opacità, paura del dissenso e sfiducia nei processi decisionali.
Marino ha chiesto che il Piano BENIUS includa una riflessione seria sulle garanzie di legalità interna, sulla trasparenza dei processi decisionali, sulla tutela del dissenso e sulla prevenzione delle asimmetrie di potere. Ha ribadito che solo un’amministrazione che si interroga su sé stessa e riconosce i propri rischi può generare benessere, e che solo un Ateneo che garantisce equità interna può parlare davvero di welfare universitario.
Non è una rivendicazione di spazi di potere sindacale, ma una difesa della legalità dell’istituzione come condizione per la dignità delle persone che vi lavorano.
Una linea che parte da lontano: trasparenza e anticorruzione
Le parole di Marino non sono un episodio isolato. Si inseriscono in una linea di continuità che DIRPUBBLICA porta avanti da anni.
Nel 2024, in occasione della Giornata della Trasparenza organizzata dallo stesso Ateneo del Salento (vedi: https://www.dirpubblica.it/contents.aspx?id=4462), il Segretario Generale di DIRPUBBLICA aveva richiamato l’attenzione su un punto decisivo: concentrarsi solo sui singoli comportamenti, senza intervenire sulle strutture, non basta. Un piano anticorruzione serio deve indicare un indirizzo chiaro per l’amministrazione, fondato su principi di correttezza, giustizia, lealtà e onestà applicati innanzitutto all’ente, prima ancora che agli utenti esterni e ai dipendenti.
In quella occasione erano stati individuati tre vizi essenziali in cui un’amministrazione può rimanere intrappolata: autoritarismo, inteso come controllo rigido e centralizzato con scarsa tolleranza per il dissenso; autocrazia, come concentrazione del potere in una persona o in un gruppo ristretto; abuso di potere, come uso improprio dell’autorità per fini personali o illeciti. Questi vizi aprono la strada all’elusione delle norme, alle discriminazioni, all’antigiuridicità organizzata e alla segretezza. Se l’ente è corrotto nelle sue strutture, ogni piano anticorruzione rischia di essere solo un esercizio di facciata.
La stessa impostazione è stata ripresa nel 2025 dal Segretario provinciale di DIRPUBBLICA a Trento (vedi: https://www.dirpubblica.it/contents.aspx?id=4466), in una nota indirizzata alla Regione Autonoma Trentino‑Alto Adige, dove si è ribadito che un piano anticorruzione efficace non può limitarsi a misure tecniche, ma deve orientare l’amministrazione verso un modello fondato su legalità interna, trasparenza e responsabilità.
Stoccarda: quando la rappresentanza diventa strumento di esclusione
Su questo sfondo, la vicenda di Stoccarda appare come il rovescio della medaglia. Lì non si è visto un sindacalismo che chiede più trasparenza, più legalità, più controllo sulle strutture, ma un sindacalismo che ha cercato di restringere il pluralismo, di delegittimare una sigla scomoda, di trasformare la rappresentanza in un’arma per escludere.
Invece di difendere il diritto di tutti i lavoratori a essere rappresentati in modo libero e pluralistico, si è tentato di costruire una narrazione in cui alcuni soggetti vengono considerati “non legittimi” per definizione. È esattamente il contrario di ciò che DIRPUBBLICA sostiene: la rappresentanza non è una concessione discrezionale, ma un diritto regolato da norme; la correttezza dei rapporti sindacali non è un optional, ma un obbligo giuridico e morale; il pluralismo non è un fastidio, ma una garanzia di democrazia.
Due modelli, una scelta
Da una parte, dunque, c’è un modello che vede nella trasparenza, nel diritto di accesso, nella legalità interna e nella tutela del dissenso le condizioni del benessere organizzativo e della credibilità delle istituzioni. È il modello che DIRPUBBLICA ha portato a Lecce, che il Segretario Generale ha ribadito nella Giornata della Trasparenza e che le strutture territoriali, come quella di Trento, hanno fatto proprio nei confronti delle amministrazioni locali.
Dall’altra, c’è un modello che considera il pluralismo un problema, la trasparenza un intralcio, il dissenso una minaccia, e che usa la rappresentanza come strumento di potere. È il modello che si è manifestato a Stoccarda e che, purtroppo, trova terreno favorevole in un contesto nazionale in cui gli strumenti di contrasto alla corruzione vengono indeboliti e l’accesso alle informazioni è spesso ostacolato.
La battaglia di DIRPUBBLICA si colloca esattamente qui: nella difesa del diritto di sapere, nella richiesta di trasparenza effettiva, nella denuncia delle derive autoritarie e opache, nella rivendicazione di una Pubblica Amministrazione che non abbia paura di essere controllata. Perché senza trasparenza non c’è controllo, senza controllo non c’è legalità, e senza legalità non c’è né benessere organizzativo né credibilità internazionale.
DIRPUBBLICA ha scelto da tempo da che parte stare. Ora la domanda riguarda le amministrazioni e gli altri attori istituzionali: quale dei due modelli intendono seguire?