Data  05/04/2026 02:20:53 | Sezione UE UE

NÉ VINCITORI NÉ VINTI, MA COSTRUTTORI: GIANCARLO BARRA PER UNA NUOVA SOVRANITÀ E L'EUROPA DEI POPOLI


Trombe di Pasqua
Trombe di Pasqua

Dalle radici cristiane al monito di Galloni: Giancarlo Barra traccia la rotta per il superamento del "divorzio" tra Tesoro e Bankitalia. Un appello al Pubblico Impiego affinché si faccia corpo istituzionale e statista, riscrivendo i Codici e trasformando l'UE da condominio di creditori a comunità politica. Pubblichiamo il FINE GIORNATA di Pasqua.




FINE GIORNATA

È LA RUBRICA CON LA QUALE IL SEGRETARIO GENERALE

DIRPUBBLICA COLLOQUIA PERIODICAMENTE CON I COLLEGHI

E I SIMPATIZZANTI DEL SINDACATO,

CHE HANNO RITENUTO D’ISCRIVERSI ALLA SUA

“MAILING-LIST” PERSONALE,

RACCONTANDO E COMMENTANDO FATTI E NOVITÀ RACCOLTI

NELL’ARCO DI UN DETERMINATO PERIODO O, APPUNTO,

A ...... “FINE GIORNATA”.

 

sabato 4 aprile 2026

Né vincitori, né vinti, ma costruttori!

Buona Pasqua.

Carissimi,

le trombe che oggi vi propongo non sono quelle che annunciano la battaglia, né quelle che celebrano un trionfo. Sono le trombe della Pasqua: quelle che svegliano, che chiamano all’alzabandiera, che invitano a rimettersi in cammino lasciando alle spalle ciò che è stato. Sono trombe che non dividono, ma destano.

 

Viviamo in un tempo in cui le trombe suonano quasi sempre per annunciare un conflitto. Ogni giorno si leva un suono che distingue i “buoni” dai “cattivi”, i “vincitori” dai “vinti”, come se la Storia fosse un’arena e non una casa comune. Eppure, proprio oggi, in questa vigilia di Pasqua, vorrei proporvi un’altra musica: quella della Giustizia, che quando risuona non lascia in piedi né vincitori né vinti, ma solo uomini chiamati a ricominciare.

 

So bene ciò che accade in Medio Oriente - la tragedia che coinvolge Israele, Palestina, Iran, Stati Uniti, Paesi Arabi - e ne avverto tutto il peso umano e morale. Ma questa notte, con voi voglio parlare della crisi russo ucraina, non è perché è la più vicina per via di terra, ma perché è quella che per prima ha svelato la fragilità, se non l’inconsistenza, dell’Unione Europea.

Non si tratta di stabilire chi sia il buono o il cattivo, ma di comprendere che l’Europa, davanti a questa guerra (nostra … direi), ha mostrato la sua nudità: nessuna voce unitaria, nessuna capacità di mediazione, nessuna autorevolezza politica, nessuna anima costituzionale. È stato, e rimane, un fallimento europeo. Eppure, da più parti, gli stessi soggetti - o i loro eredi - che hanno determinato il fallimento del progetto europeo ne invocano oggi il potenziamento in nuove forme che non potranno che essere autoritarie e antidemocratiche. Noi soli, esponenti di DEMOS, abbiamo indicato al Parlamento europeo la via dell’autopoiesi, affinché esso, in veste costituente, deliberi e voti una Costituzione Democratica. Solo così l’Europa potrà diventare protagonista, non spettatrice; custode di Pace, non eco delle potenze.

 

In questo cammino non possiamo non ricordare Jürgen Habermas, la cui recente scomparsa ci ha visti latori di un messaggio di sincero cordoglio. Habermas aveva intuito che l’Europa non può vivere di soli trattati, ma necessita di una democrazia sovranazionale capace di superare i limiti del metodo intergovernativo. Pur non essendo mai stato un nostro riferimento diretto, la sua riflessione risuona sorprendentemente vicina alla nostra battaglia per un’Europa politica e costituzionale. Neppure possiamo dimenticare il monito all’Europa che Giovanni Paolo II, pronunciò il 9 novembre 1982 nella Cattedrale di Santiago de Compostela, in un momento storico ancora segnato dalla divisione della cortina di ferro: «Europa, ritrova te stessa! Sii te stessa! Riscopri le tue origini, ravviva le tue radici!».

 

Si parla di esercito europeo, di difesa comune, di autonomia strategica. Ma come può esistere un esercito europeo senza uno Stato europeo? E come può esistere uno Stato europeo senza una Costituzione? Il bivio che abbiamo davanti non è tra “decadenza nell’UE” o “salvezza fuori dall’UE”. Un’uscita dell’Italia dall’Unione sarebbe concretamente impraticabile, ma anche se ciò fosse possibile saremmo destinati all’isolamento, cui seguirebbe la disgregazione nazionale e la rovina definitiva. La vera sfida è riprendersi l’Europa, restituendole anima e sovranità democratica.

 

In questi giorni ho ripreso, sui social, una conversazione con l’amico economista Antonino Galloni, il quale ricordava come il 1981 - con il “divorzio” fra Tesoro e Banca d’Italia – segnò, di fatto, la fine della Prima Repubblica e l’inizio della perdita di sovranità economica. La sua testimonianza, sostenuta da maestri come Federico Caffè e Carlo Donat Cattin, rivela come l’Italia sia stata vittima di un disegno di deindustrializzazione accettato da una classe dirigente che barattò la forza produttiva del Paese con un’integrazione europea fondata su contabilità e non su politica. Ma proprio per questo è necessario chiarire che la denuncia dell’insigne studioso non deve trasformarsi in un invito all’uscita dall’Unione Europea. La risposta non è la fuga, ma la ricostruzione politica. Il Parlamento Europeo deve emanciparsi dal bozzolo dei Trattati per rivendicare la propria natura di istituzione autopoietica, legittimata non dalla concessione degli Stati, ma dal voto dei Popoli. Questa metamorfosi richiede un atto di coraggio: trasformarsi in Assemblea costituente e sottoporre una nuova Costituzione a referendum nazionali selettivi. Saranno i Popoli a decidere, quelli che voteranno daranno vita a una nuova unione politica sovrana; quelli che diranno NO ne resteranno fuori, scongiurando così la deriva verso un'organizzazione autoritaria e onnipotente che, senza anima politica, finirebbe per soffocare le libertà nazionali. Secondo DEMOS, solo un’Europa che rompa il bozzolo dei Trattati per farsi Stato Federale potrà restituirci gli strumenti neo-keynesiani difesi da Galloni: una Banca Centrale finalizzata alla piena occupazione e una capacità di investimento sottratta al rigore contabile. La battaglia “galloniana” per la sovranità non deve tradursi in un isolamento nostalgico, ma nel motore di una metamorfosi: trasformare l'Unione da un “condominio di creditori” a una vera comunità politica. Se la sovranità è per sua natura inalienabile e illimitabile, essa può (e deve) trovare la sua massima espressione nell'essere condivisa tra Popoli fratelli.

 

Nel frattempo, guardiamo alla cronaca recente del nostro Paese: il referendum sulla riforma della Magistratura ha riproposto il solito scenario di contrapposizione frontale. Come sempre, c’è chi sventola vessilli di vittoria e chi medita rivincite contese. Ma questa Pasqua deve insegnarci che la logica dei vincitori e dei vinti è sterile e anacronistica. Ciò che serve all’Italia non è l'esibizione di un trofeo, ma l’apertura di un cantiere; non la celebrazione di un trionfo di parte, ma la fatica di un progetto comune. A giudizio di DEMOS e mio, prima di affrontare temi di secondo piano, occorre riscrivere i quattro codici - Civile, Penale e le relative Procedure - ispirandoci alla nostra altissima tradizione giuridica e non a modelli anglosassoni estranei alla nostra cultura. Noi ci professiamo antifascisti e democratici, ma non possiamo ignorare un dato storico: il regime fascista, pur con le ombre che conosciamo, riuscì a dotare l'allora Regno d’Italia di codici organici avvalendosi di giuristi eccelsi come i fratelli Alfredo e Arturo Rocco. Com’è possibile, allora, che la Repubblica, in ottant’anni non sia riuscita a darsi codici nuovi, pienamente coerenti con la Costituzione e degni della nostra civiltà? È accettabile? È serio? La risposta è purtroppo evidente.

 

È giunta l’ora che il pubblico impiego entri nel cuore della politica: non come sommatoria di singoli schierati, ma come corpo istituzionale e comunità di servizio. Gli articoli 97 e 98 della Costituzione ci ricordano che il pubblico impiego serve la Nazione; oggi deve farlo incarnando l’aspirazione dello statista. Questa vasta realtà - fatta di eccellenze sanitarie, giuridiche, tecniche e militari - deve succedere alla classe imprenditoriale che ha occupato il campo con la sola logica del profitto e di quella “disumanità del mercato” che già Luigi Einaudi e Federico Caffè denunciarono con estrema lucidità. Se noi fossimo stati al potere, non avremmo letto gli articoli della Costituzione al contrario di come sono stati scritti; non ci saremmo lasciati sorprendere dai grandi eventi perché distratti dal mercato e dal profitto, come ignobilmente accaduto di recente. Ma per realizzare questa visione è necessario un atto di fede laica: credere che servire la Repubblica non sia una funzione burocratica, ma il primo, autentico atto politico.

 

È tempo di costruire. Non di vincere, non di perdere, ma di costruire: un’Europa dotata di una Costituzione, un’Italia forte di codici organici e coerenti, una Repubblica che ritrovi la qualità del pensiero, la dignità del metodo e la forza della sua Storia.

 

Pasqua non è un ricordo: è un invito. Un invito a rialzarsi, a ripartire, a rimettere mano alla casa comune. Non per gloria, ma per Giustizia. Non per vincere, ma per servire.

 

Buona Pasqua a tutti!

Vostro affezionatissimo,

Giancarlo Barra

Allegati:

Download   20260404-2344_Fine_Giornata.pdf

(FINE GIORNATA DEL 4 APRILE 2026 - 287,7Kb)



Tags FINE GIORNATA, Ue, Costituzione, Parlamento europeo, pubblico Impiego, Galloni, Donat-Cattin. Einaudi, Giovanni Paolo II, Habermas, Federico Caffè