QUESTA E’ UNA BELLA RIFLESSIONE SULLA FINE DEL DEMANIO IN ITALIA.

 

Con la recente Legge 15 giugno 2002, n. 63 (di conversione del D.L. 15 aprile 2002, n. 63) il Parlamento ha dato il via libera alla creazione della “Patrimonio dello Stato S.p.a.” e della “Infrastrutture S.p.a.”, ossia i due organismi che nelle intenzioni del Governo dovrebbero “valorizzare” il nostro patrimonio immobiliare (il primo) e “dare ossigeno” (finanziandole) alle grandi opere pubbliche (il secondo). L’art. 7 della Legge prevede che la “Patrimonio dello Stato S.p.a” sia istituita “per la valorizzazione, gestione ed alienazione del patrimonio dello Stato” e che ad essa “possono essere trasferiti diritti pieni o parziali sui beni immobili del patrimonio disponibile e indisponibile dello Stato e sui beni immobili facenti parte del demanio dello Stato”. L’art. 8 della Legge invece autorizza la “costituzione” della “Infrastrutture S.p.a.” con la funzione di “a) finanziare le infrastrutture e le grandi opere pubbliche; b) concedere finanziamenti per lo sviluppo economico; c) concedere garanzie per le finalità di cui alle lettere a) e b); d) assumere partecipazioni, detenere immobili ed esercitare ogni attività connessa ai suoi compiti istituzionali”. Tra i due soggetti vi è inoltre un esplicito collegamento (v. art. 7, comma 12) giacché i beni della “Patrimonio S.p.a.” possono essere trasferiti “esclusivamente” alla “Infrastrutture S.p.a.”. Siamo dunque ad una svolta epocale (una rivoluzione copernicana): lo Stato italiano che vende se stesso. Non sembra tuttavia che il fatto desti preoccupazione nell’opinione pubblica: anzi, se non ci fossero stati i due recenti interventi dell’on. Sgarbi e del Presidente della Repubblica molto probabilmente la vicenda sarebbe passata del tutto inosservata, stante il fatto che l’attenzione dei media e degli italiani è rivolta ai (ben più importanti ?) Mondiali di calcio. In effetti in questi ultimi mesi non c’è stata alcuna reazione (o quasi: a parte qualche “girotondo”) nei confronti di un provvedimento che, giusto o sbagliato che sia, fa “cambiare rotta” al nostro paese, reazione che ci sarebbe dovuta essere, se non altro per “sensibilizzare” la classe politica ad una maggior ponderazione nella stesura definitiva di un provvedimento così delicato. Un colpevole silenzio, dunque, che però dura ormai da molti anni, atteso che la vendita dei beni dello Stato era già stata prevista dall’art. 19 della L. 23/12/1998, n. 448, (in Gazz. Uff. n. 302 del 29-12-1998) a mente della quale il Ministero del Tesoro, di concerto con altri dicasteri, poteva “conferire o vendere a società per azioni, anche appositamente costituite, compendi o singoli beni immobili o diritti reali su di essi” relativi al patrimonio immobiliare statale. Non solo. Con il D.P.R. 7 settembre 2000, n. 283 (in Gazz. Uff. n. 240 del 13-10-2000, a firma di: Ciampi, Amato, Melandri, Fassino) era stata disciplinata pure la procedura per la “alienazione di beni immobili di interesse storico e artistico di proprietà dello Stato, delle regioni, delle province e dei comuni” , mentre con la L. 2 aprile 2001, n. 136, (in Gazz. Uff. n. 92 del 20-04-2001, a firma di: Ciampi, Amato, Del Turco, Visco, Fassino) si era provveduto ad introdurre nuove disposizioni in materia di “sviluppo, valorizzazione ed utilizzo del patrimonio immobiliare dello Stato”. Che dire quindi di questo prolungato silenzio? Chi ha taciuto? Adesso che l’iter della vicenda si è concluso dovremmo comunque essere tutti preoccupati (e non poco) per una scelta politica di cui non sono chiare a nessuno, nemmeno agli “addetti ai lavori”, né le ragioni ispiratrici nè le finalità perseguite. Certo ci si aspetterebbe una maggior precisione da parte dei mass-media: si pensi, ad esempio, al fatto che la Legge n. 112/2002 viene definita “decreto taglia deficit”, ma è molto probabile che non migliorerà di molto il debito pubblico (anzi, secondo il Fondo Monetario Internazionale, c’è pure il rischio che lo aggravi) posto che, da un lato, i bilanci delle due società sono esterni al sistema di contabilità pubblica (e quindi sfuggono al controllo della Corte dei conti) e che, dall’altro, la vendita del patrimonio statale rappresenta un’entrata una tantum. A questo riguardo la strada intrapresa dal Governo rischia di essere un azzardo, sia perché, non incidendo sulle cause degli sprechi pubblici, finisce con l’addossare alle generazioni future la soluzione dei problemi (ed i relativi costi), sia per il fatto che non lascia una via di scampo qualora le tanto acclamate opere pubbliche fallissero riempiendoci di debiti (si pensi al ponte sullo Stretto di Messina). Ed invero la già ricordata possibilità che i beni della “Patrimonio S.p.a.” possano essere trasferiti alla “Infrastrutture S.p.a.” rende attuale il rischio che dei “gioielli di famiglia” si faccia l’uso (caro agli strozzini) di garanzia per i debiti contratti (nel caso i debiti per la costruzione del ponte). E’ insomma la solita truffa delle etichette: far credere alla gente che “vendere” significa “valorizzare”, laddove (da che mondo è mondo) quando si vende la casa in cui si abita per pagare i debiti, significa che si è arrivati al fondo del barile...

Eppoi che senso ha che una società dello Stato venda ad un altra società dello Stato gli immobili di cui lo Stato è già il naturale proprietario ?